Software legacy: rischi, costi e come mettersi in sicurezza
Cosa rischiano davvero le aziende che rimandano l’aggiornamento del software legacy
Le tecnologie digitali sono sempre più importanti per restare sul mercato e fare nuovo business, ma malgrado questa consapevolezza, in molte imprese si continua a utilizzare software legacy.
La volontà di non affrontare gli oneri degli aggiornamenti o di dedicare impegno e tempo nell’acquisizione di nuove competenze e nel cambiamento di processi maturi sono alcuni dei freni al cambiamento, a dispetto del fatto che l’uso del software obsoleto comporti rischi e maggiori costi.
I rischi riguardano, in particolare, la security; mentre i costi si associano alle rigidità d’uso e di gestione, oltre alla minore capacità del software obsoleto di contribuire alla crescita aziendale.
Ecco perché l’uso di software legacy è spesso lo specchio di più profonde resistenze al cambiamento da affrontare sul fronte dell’IT e dell’intera impresa.
I rischi nell’uso del software legacy
Il software legacy, spesso associato con l’impiego di hardware obsoleto, è la principale causa di downtime e di interruzioni dell’attività lavorativa.
Quando il sistema più datato smette di funzionare è più facile incorrere nella perdita di dati e di produttività essendo più difficile reperire tool, servizi e competenze per rimetterlo in funzione, così come rimediare in condizioni d’emergenza, agli aggiornamenti o migrazioni procrastinati per anni.
Analogo discorso vale per il team IT aziendale che può ritrovarsi senza le conoscenze che servono per mettere le mani sul software più antiquato, o peggio perdere l’opportunità d’inserire giovani di talento per l’impossibilità d’interessarli in contesti non stimolanti.
Vulnerabilità di sicurezza: il rischio più critico
Un ulteriore rischio è rappresentato dalla vulnerabilità di sicurezza del software obsoleto, specie se usato dopo la cessazione del supporto da parte del produttore.
Software concepito 5-10 anni fa non può essere in linea con le best practice e normative – come NIS2 e DORA – e potrebbe non avere difese nei confronti di attacchi cybercriminali in continua evoluzione.
Potrebbe risultare pericoloso in particolare nelle modalità attuali di lavoro agile come remote o work-from-home. Raggiunta la fine del supporto, il vendor non rilascia più patch di sicurezza: ogni nuova vulnerabilità scoperta resta esposta senza rimedio.
Costi visibili e costi nascosti del software legacy
Mantenere in uso il software legacy produce costi aggiuntivi e inefficienza. Quando un vendor termina il ciclo di vita di un prodotto, chi non ha seguito nei tempi previsti i passi di aggiornamento esce dal mainstream: deve accollarsi maggiori costi per ottenere patch di sicurezza straordinarie e rinuncia a nuovi servizi e funzionalità.
Sul fronte operativo, l’uso di software obsoleto limita la capacità dell’azienda di:
- sfruttare al meglio i più recenti strumenti di collaborazione in cloud e di supporto dello smart working
- realizzare la digital transformation e impiegare nuovi processi in tempo reale, oggi funzionali al business digitale
- integrare le nuove applicazioni di front-end usate per dare più informazioni a dipendenti e clienti
- garantire livelli adeguati di prestazione e scalabilità, sfruttando containerizzazione e infrastrutture cloud.
La struttura monolitica del software legacy rende più complessa l’integrazione con le nuove applicazioni e limita i vantaggi sia gestionali — minore automazione — sia economici ottenibili con l’utilizzo della containerizzazione e di infrastrutture cloud.
Software obsoleto: cosa fare. Le strategie per essere al sicuro
Non esiste una soluzione unica per uscire dal software legacy. L’approccio più efficace parte sempre da un’analisi dello stato attuale: capire quali applicazioni sono davvero critiche per il business, quali presentano i rischi maggiori e quali possono essere aggiornate in modo progressivo senza stravolgere l’operatività.
Partire dall’assessment
Il primo passo concreto è un assessment del portfolio software: un’analisi strutturata — tipicamente condotta nell’ambito di un processo di IT Asset Management (ITAM) — che valuta per ogni applicazione lo stato tecnico, il livello di rischio, le dipendenze con altri sistemi e l’allineamento con gli obiettivi di business.
Questo consente di stabilire priorità chiare: su cosa intervenire subito, cosa pianificare nel medio termine e cosa eventualmente dismettere, evitando interventi affrettati e investimenti non giustificati.
Una modernizzazione progressiva
Una volta definite le priorità, il percorso di aggiornamento può procedere per fasi: dalla migrazione verso ambienti cloud, all’adozione di architetture più modulari, fino all’introduzione di metodologie DevOps e GitOps per mantenere i sistemi e applicazioni aggiornati nel tempo.
Un approccio graduale riduce i rischi operativi, distribuisce i costi e permette al team IT di acquisire le nuove competenze necessarie senza traumi.
L’obiettivo non è solo sostituire il software obsoleto, ma costruire un’infrastruttura IT capace di evolvere nel tempo senza accumulare nuovo debito tecnico.